La pratique à plusieurs

La pratique à plusieurs

La pratique à plusieurs è un metodo di lavoro utilizzato e inventato da Antonio Di Ciaccia nel 1973 all’Antenna 110 di Bruxelles, studiato per accogliere bambini autistici e psicotici indirizzati dai centri medico-sociali del territorio. La pratique à plusieurs prende ispirazione, rispetto ai propri fondamenti teorico-pratici, all’interno del campo della psicoanalisi circoscritto da Freud e da Lacan, in maniera tale da poter rispondere alla domanda di cura del bambino autistico e psicotico. Si tratta dunque di un metodo che associa la teoria psicoanalitica alla pratica di cura, pensato a partire dalla clinica in istituzione.

«Il nostro metodo rifiuta sistematicamente ogni ricorso all’imposizione di un quadro che porterebbe alla socializzazione attraverso la coercizione, mentre mette in rilievo la mobilitazione del desiderio e/o la valorizzazione di una trovata singolare, trovata che il bambino viene aiutato a rendere operativa». (Antonio Di Ciaccia – Principi per un’accoglienza della singolarità).

L’assunto di base da cui Di Ciaccia è partito è : «”Nessun soggetto può esistere senza l’Altro”»[1]. Questo fa riferimento al fatto che come assunzione teorica principale, si acquisisce che alla nascita ogni individuo si colloca, in posizione iniziale, come «oggetto delle cure materne»[2], questa condizione è ciò che lo qualifica e lo segna fin da subito rispetto all’Altro. Il bambino, per passare dalla posizione di oggetto a quella di soggetto, deve necessariamente seguire un percorso «segnato da tappe cruciali e ineludibili»[3]. Il trattamento clinico dei bambini autistici e psicotici all’interno del metodo della pratique à plusieurs ipotizza che lungo questo percorso vi sia stato «un inciampo, un ostacolo insormontabile»[4]: «Il blocco che li ha fermati nel loro divenire si riferisce al loro vissuto rispetto al rapporto con l’Altro, costituito dapprima dalla madre e dal padre e successivamente, più in generale, dal mondo esterno»[5].


[1] Martin Egge, La cura del bambino autistico, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 2006, p. 89.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 89-90.

All’interno di questo tipo di istituzione si tiene conto in modo preciso del funzionamento di ciascuno e la programmazione è strutturata intorno ai fondamentali spazi di lavoro all’interno dei laboratori, in cui avviene l’incontro tra i ragazzi e gli operatori, che si svolgono individualmente o in piccoli gruppi. Come spiega Egge, in questo contesto «gli operatori sono tra due leggi: la legge dell’enunciazione del soggetto e la legge dell’Altro»[6]. Questo significa che esiste una rete di leggi e di regole alla quale tutti devono rispondere, nessuno può fare quello che vuole e mettersi a seguire il bambino in tutto ciò che fa, soprattutto quando si mette in pericolo o fa male agli altri, ma piuttosto, Halleux dice: «Diffidiamo dell’educazione quando vuole allenare il soggetto senza tener conto dell’inconscio»[7].


[6]Martin Egge, La cura del bambino autistico, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 2006, p. 129.

[7] Bruno de Halleux, La Psicoanalisi n. 68, Un’educazione fuori dal senso comune, Astrolabio, Roma, 2020, p. 239.

Il successo della cura, nell’emancipazione dal percorso istituzionale

Si mette in moto in questo modo nel bambino, a partire dal momento in cui il soggetto si appassiona al sapere, un centrale momento della socialità, in cui l’apprendimento diventa un piacere, oltre che una nuova e più efficace modalità di realizzazione personale. Spesso coincide con la possibilità per il bambino di affrontare una separazione dall’istituto, un tentativo di emancipazione per vivere un proprio percorso individuale, perché in qualche modo ha trovato la propria maniera di stare al mondo e la mette alla prova proseguendo sulla sua nuova strada.


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