Basaglia con Lacan (pt. 2)

L’insegnamento di Basaglia, a mio avviso, è fondamentalmente incentrato su due tematiche cardinali, entrambe importanti, e non solo per il periodo storico della contestazione, vissuto nel pieno dallo psichiatra. Le due posizioni teoriche di riferimento a mio avviso non sono equivalenti dal punto di vista del contributo finale al fine esplicativo di ciò di cui si tratta quando si parla di sofferenza mentale. Il primo punto riguarda la politica basagliana, legata alla tematica marxista contro la società neocapitalistica, come denuncia del maltrattamento dei malati mentali, privati di ogni diritto umano e rinchiusi in luoghi di esclusione sociale. L’altra invece di carattere teorico e metodologico, in quanto apertura dell’indagine psicologica fenomenologica ed esistenzialista alla cura del malato, e alle teorie sociologiche anglosassoni come modello di intervento in istituzione. L’insistenza di Basaglia sulla necessità di abbandonare la tecnica per ritrovare la pratica nella cura del malato è un motivo che si ripete in continuazione. «Io critico il concetto di malattia mentale, non nego la follia, la follia è una situazione umana»[1], è quanto afferma Franco Basaglia quando parla al suo pubblico di Belo Horizonte, e aggiunge «che la malattia mentale come razionalizzazione della follia è un concetto assurdo»[2]. E forse effettivamente lo è, ma, ritengo, operare una netta esclusione di qualsiasi vero tentativo di provare ad andare fino in fondo per cercare di comprendere la struttura della sofferenza e del suo manifestarsi, sembrerebbe, nonostante tutto, un po’ presuntuoso. Per lo psichiatra rivoluzionario non esiste nel modo più assoluto la possibilità di istituire trattamenti psicoterapeutici creati su basi scientifiche, poiché tutta la questione appare come una volontà delle classi dominanti di controllare la società e i meno abbienti. Lasciar cadere quindi la questione rispetto alla necessità, vitale, di creare un supporto teorico e tecnico per gli operatori della salute mentale, a mio avviso appare un errore grossolano. Per Basaglia la questione si deve risolvere con il riferirsi al malato di mente, meglio il folle, come a «un uomo che ha bisogno di affetto, di denaro e di lavoro; è un uomo totale, e noi dobbiamo rispondere non alla sua schizofrenia ma al suo essere sociale e politico»[3].

Basaglia aveva mostrato apprezzamento per il lavoro in istituzione progettato dalla psichiatria inglese e successivamente anche da quella francese, impegnate nella costruzione delle prime comunità psichiatriche in Europa tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, egli le vedeva come tentativi riusciti di comunità terapeutiche, migliorate, ma ancora ripiegate sul fine ultimo del controllo sociale. Al contrario, il lavoro di “distruzione” operato dall’esperimento di Gorizia, partito con l’intento di aprire totalmente la struttura al mondo esterno, e giunto al culmine, malgrado le intenzioni, con la costruzione della comunità terapeutica aperta, tra pazienti e curanti, arriva comunque a sancire «la sconfitta del tecnico tradizionale»[4]. Basaglia lo dice chiaramente: «Il nuovo tecnico deve avere un obiettivo ben preciso: portare avanti il suo lavoro con l’ottimismo della pratica. […] È sulla base di questa scienza politica che vogliamo fondare la nuova scienza»[5]. Nessuna proposta propriamente tecnica quindi, rimangono sul campo un empirismo e un pragmatismo che affonda le radici nel contesto fenomenologico, mutuato in particolare da Sartre e da Binswanger, in cui rivendica l’importanza del vissuto, del corpo, della persona, della storia, affermando un criterio di unicità della persona annullato dall’omologazione diagnostica. Con un accostamento e a mio avviso superamento, della critica foucaultiana del formalismo classificatorio psicologistico, sfociato in un sistema di pratiche organizzative della società con la follia «ridotta al silenzio ed esclusa»[6]. Ciò che Basaglia aveva cercato di combattere e scardinare, il tentativo di allontanare il folle e il malato di follia, obbligandolo all’interno «del circuito medico, sistema di ricerca e profilassi, forma dell’assistenza, somministrazione delle cure, criteri di guarigione, definizione dell’invalidità civile del malato e delle sua irresponsabilità penale: insomma, un insieme di pratiche che definiscono, all’interno di una data cultura, la vita concreta del folle»[7]. Per Faucaul tutto questo, come per Basaglia, «altro non è, ancora una volta, se non la misura di tutte le distanze che una società prende nei confronti della esperienza fondamentale dell’Insensato che, progressivamente e grazie a successive suddivisioni, diventa follia, malattia e malattia mentale»[8].   

Negli anni ʼ60 l’insegnamento e la sperimentazione di una gestione psichiatrica alternativa, iniziata a Gorizia, coagulò attorno a Basaglia un vero e proprio movimento. Nel manicomio una sperimentazione alternativa si stava articolando strettamente a un insegnamento, una scuola di vita sociale e di trasformazioni culturali. Contemporaneamente in Francia stavano accadendo, negli stessi anni, la sperimentazione di una gestione alternativa dell’istituzione psicoanalitica e l’insegnamento di Jacques Lacan, e la psicoanalisi fu totalmente coinvolta nella contestazione della psichiatria. Entrambi erano provenienti dall’esperienza diretta in ambito psichiatrico, e ciascuno secondo il proprio modello concettuale ha lasciato un segno e aperto la via nel pensiero, nella politica e nella clinica dagli anni ʼ60, fino ai giorni nostri. All’interno della loro seppur apparentemente contrapposta concettualizzazione, con differenti modalità di intervento e con un eterogeneo livello di inquadramento della problematica relativa alla malattia mentale, rimane fortemente suggestivo il focus che entrambi si sono sforzati di mantenere sulla valorizzazione della singolarità della persona, con una centratura fondamentale sul libero ascolto del racconto e della storia personale del soggetto.

Nel 1969 Jacques Lacan, in pieno clima di contestazione, tenne lezioni e interventi cruciali agli studenti dell’Università di Vincennes, Parigi VIII, criticando l’Istituzione universitaria che riteneva li stesse tradendo, per la sua insufficienza nel far fronte ai problemi del capitalismo e della scienza, discutendo i temi condensati all’interno del seminario XI, quali “il discorso dell’università”, la funzione sociale dell’analista e la critica al potere, evidenziando il ruolo della parola, dell’inconscio e della psicoanalisi, legando la psicoanalisi lacaniana alle questioni sociali e politiche dell’epoca e influenzando profondamente il dibattito intellettuale a partire dal territorio francese. Una versione della critica al sistema del “potere del padrone”, da parte di intellettuali, che Basaglia osteggiava e svalutava aspramente, in quanto riteneva fossero argomentazioni nate da un approccio strumentale con il fine ultimo del mantenimento del potere nelle mani degli psichiatri e della politica, a discapito dei poveri e dei soggetti fragili. Negazione infatti è l’asse di riferimento teorico di Basaglia, rivoluzione è la parola d’ordine che ne consegue. La negazione, originariamente hegeliana, trova in quegli anni uno sviluppo forte che va da Sartre agli slogan più famosi del 68. In questo punto si ritrova l’urgenza dello psichiatra di far tacere tutti i discorsi della psichiatria, lasciando Basaglia sguarnito di un metodo, un’impostazione, una tecnica applicabile, da affidare all’operatore della salute mentale, per sostituirla con un’etica del sacrificio, un impossibile da sostenere proprio e soprattutto per ragioni di carattere strutturale, legate alla logica del godimento, causa del desiderio. Hegelianamente la negazione implica un ininterrotto movimento dialettico, una tensione e un continuo superamento, pena la stagnazione del discorso, e in senso marxiano è la rivoluzione permanente, per evitare il socialismo reale. Ne è dimostrazione lo scontro sociale e il confronto dialettico sui metodi della psichiatria, che ha fortemente caratterizzato le tematiche del sessantotto, investendo particolarmente due questioni da sempre in contrapposizione: il variegato e inesauribile tentativo di definire ciò che intendiamo quando tocchiamo il concetto di follia, e quello legato alla legalità e alla pericolosità sociale del malato di mente. Entrambe, follia e devianza, sono eventi umani che, per la psicoanalisi, soprattutto lacaniana, interessano una singolare posizione del soggetto. Antinomie che non potranno mai essere ridotte, chiuse o definitivamente confinate dentro una metodologia di intervento o un risolutivo apparato ideologico. La letteratura e gli studi sul comportamento umano tracciano il tentativo, il bisogno dell’uomo, di provare a comprendere quel misterioso effetto collaterale dell’umanità che contrappone i due singoli fenomeni che sono la follia e la criminalità. Il pensiero politico, le ideologie e gli interessi personali del singolo e dei gruppi hanno portato sostanzialmente, in epoca moderna, a partire dalle induzioni legate ai successi delle scienze positivistiche, a promuovere la limitazione della libertà dell’individuo come un fatto giusto e necessario. Una ricaduta sul piano scientifico ed epistemologico ha condotto ad una frattura all’interno della psicologia e della psichiatria, che in seguito hanno preso due strade differenti e opposte metodologie teoriche di riferimento, quella positiva, organicista, che viene a legarsi alla psicologia che fa riferimento alle scienze fisiche, matematiche e biologiche e quella fenomenologica, che fa riferimento alla psicologia umanistica e all’esistenzialismo. Sappiamo per esempio che su questo punto Basaglia è coerente con la sua visione esistenzialista e unitaria dell’individuo, quando rispondendo a una domanda sulla psicopatia afferma: «Non penso che una psichiatria democratica possa dare una risposta al problema della personalità psicopatica, soprattutto perché gli psichiatri democratici non sono onnipotenti […]. Penso che un gruppo di operatori possa dare una risposta coerente quando riesce a restare legato alle strutture del luogo in cui vive, quando nella pratica, come dicevo prima, ha una finalità comune con la persona che soffre. Non vedo possibile altro tipo di aiuto per la persona che soffre»[9]. Quindi, sintetizzando i termini del problema e tornando alla questione del metodo, sembra che per Basaglia la garanzia dell’intervento di aiuto alla persona che si trova in condizione di disagio psicologico (se ammesso) e sociale, possa risiedere dentro l’univocità della presenza partecipata dell’operatore, con il suo profondo e totale impegno personale; in questo si dovrebbe reperire la sua risposta alla problematica posta dalla presenza del malato violento e disturbatore, del delinquente e dell’aggressività pericolosa, che richiede una presa in carico complessa e che mette a dura prova gli operatori, le forze di intervento, e tutti i soggetti coinvolti nel tessuto sociale. Si può e si deve essere d’accordo, ma questo a nostro avviso non sembra essere sufficiente, il punto di vista lacaniano pone la problematica da una differente prospettiva che proveremo brevemente a spiegare.


[1] Ivi, p. 175.

[2] Ivi, p. 176.

[3] Ivi, p. 111.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 112.

[6] Michel Foucault, Malattia mentale e psicologia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997, p. 91.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Franco Basaglia, Conferenze Brasiliane, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018, p. 19-20.


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